Bettini

Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971

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Il Risveglio socialista anarchico = Le Réveil socialiste anarchiste ; Il Risveglio comunista anarchico = Le Réveil communiste anarchiste ; Il Risveglio anarchico = Le Réveil anarchiste

  • Luogo di pubblicazione: Ginevra.
  • Tipografia:
    • Ginevra, lmp. ouvrière.
    • Dal 16 ag. 1902 (a. III, n. 56): Imp. Commerciale, rue Necker, 9.
    • Dal 3 febb. 1906 (a. VI, n. 158): Imp. V. Reinert, Cendrier 19.
    • Dal 1 dic. 1906 (a. VII, n. 189): Imp. Commerciale.
    • Dal 5 giu. 1909 (a. IX, n. 256): Imp. Chaulmontet, rue de Hesse, 2.
    • Dal 1 mag. 1913 (a. XIV, n. 357): Imp. spéciale du Réveil.
    • Dal 21 febb. 1914 (a. XV, n. 378): Imp. des Unions ouvrières, à base communiste.
    • Dal 1 nov. 1921 (a. XXI, n. 575): Imp. Buzzi-Macherel.
    • Dal 30 nov. 1922 (a. XXII, n. 603) al 2 giu. 1923 (a. XXII [sic] n. 616) manca l’indicazione.
    • Dal 16 giu. 1923 (a. XXII [sic], n. 617): Imprimerie, rue des Bains, 23.
    • Dal 15 mag. 1937 (a. XXVII [sic] n. 973): Imprimerie, Vieux-Billard, 24.
    • Dal 26 mar. 1938 (a. XXXVIII, n. 995): Imprimerie, 4, rue Masbou.
    • Dal 1 mag. 1938 (a. XXXVIII, n. 997): Imprimerie, Rue des Rois.
  • Durata:
    • 7 lug. 1900 (a. I, n. 1) — 24 ag. 1940 (a. XL, n. 1054).
    • La numerazione diviene progressiva a partire dal n. del 18 genn. 1902, indicato come a. III, n. 41 (anziché a. III, n. 1), essendo stati assommati i 13 n. della prima annata ai 27 della seconda.
    • Dopo il n. 396 (10 lug. 1915), l’edizione italiana, che aveva dovuto subire una sospensione a causa della guerra, prosegue la numerazione partendo dal n. 415, per pareggiarsi a quella dell’ediz. francese.
    • Suppl.: 8 sett. 1900 (al n. 5, a. I); al n. 9, a. II, del 27 apr. 1901: Manifesto trilingue (italiano, francese e tedesco) Primo Maggio; al n. 48, a. III: Manifesto Premier Mai 1902 (firmato: « Le groupe du Réveil Socialiste-Anarchiste »); al n. 99, a. V: Manifesto Primo Maggio 1904; al n. 125, a. VI: Manifesto Primo Maggio 1905; 20 nov. 1909 (al n. 267, a. IX), dal tit. Les Anarchistes aux Électeurs; 13 ott. 1910 (al n. 291 dell’ediz. francese e sostitutivo dello stesso n. dell’ediz. italiana), dal tit. 13 Ottobre (vd.); al n. 653, a. XXIV dell’8 nov. 1924, dal tit. La Grève des électeurs.
    • Inoltre, dal n. 663, del 28 mar. 1925 al n. 763, del 9 febb. 1929, l’ediz. italiana esce sotto forma di suppl. di quella francese; mentre quest’ultima, a partire dal n. 762, del 26 genn. 1929, inserisce una p. di Supplément régional o Chronique régionale.
  • Periodicità:
    • Quindicinale.
    • Dall’8 lug. 1905 (a. VI, n. 130): settimanale (« Esce ogni sabato »).
    • Dal 22 ag. 1908 (a. IX, n. 236): quindicinale.
  • Direttore: Luigi Bertoni, éditeur resp.
  • Formato:
    • cm. 35 × 50.
    • Dal 12 mar. 1910 (a. IX [sic], n. 276): cm. 27,5 × 41.
    • Dall’11 genn. 1930 (a. XXVII [sic], n. 787): cm. 32,5 × 48,5.
    • Escono con formati diversi: il suppl. dell’8 sett. 1900 (al n. 5, a. I), di cm. 25 × 35; il suppl. al n. 9, a. II (27 apr. 1901), di cm. 53 × 63; il suppl. al n. 48, a. III (1 mag. 1902), di cm. 25,8 × 42,3.
  • Pagine:
    • 2 + 2.
    • Dal 12 mag. 1910 (a. IX [sic], n. 276): 4 + 4.
    • Dal 21 genn. 1939 (a. XXXVIII [sic], n. 1014): 2 + 2 (eccetto i n. 1020 (1 mag. 1939) e 1046 (1 mag. 1940) di pp. 4 + 4).
  • Colonne:
    • 4.
    • Dal 12 mar. 1910 (a. IX [sic], n. 276): 3.
    • Dall’11 genn. 1930 (a. XXVII [sic], n. 787): 4.
  • Prezzo:
    • 5 cent.
    • Dall’8 nov. 1919 (a. XIX, n. 525): « A partire da questo n., conformemente alla domanda unanime di tutti i Gruppi, il Risveglio sarà venduto, in Isvizzera come all’estero, a 10 cent, la copia ».
  • Note tipogr.: Note tipogr. Col n. 473, del 27 ott. 1917, cambia la composizione grafica della testata. A partire da tale data, compaiono infatti, ai lati del tit., due riquadri, in ognuno dei quali è raffigurata una simbolica figura maschile, nell’atto di abbattere a colpi d’ascia una grossa serpe (allegorica rappresentazione del « capitale » e dello « Stato »), avvinghiata attorno ad un palo. Il soggetto dei due riquadri varia a partire dal n. 788, del 25 genn. 1930: mentre in quello alla destra del tit. compare la raffigurazione di un cantiere edile, dove manovali e ingegneri sono intenti nell’opera di costruzione di un edificio, in quello alla sinistra l’allegoria viene sostituita con quella di un viandante, che giunto ad un bivio è costretto a decidere fra due opposte direzioni, una delle quali conduce alla frontiera, l’altra a Grenze. Le due illustrazioni permangono su entrambe le ediz. fino al n. 870, del 25 mar. 1933; successivamente spariscono dall’ediz. francese, ma continuano ad essere presenti su quella italiana fino al n. 1020, del 1 mag. 1939. (Tuttavia, a partire dal n. 960, del 14 nov. 1936, l’allegoria del viandante sparisce anche dall’ediz. italiana).

Uno dei maggiori organi dell’anarchismo internazionale, fondato da un gruppo composto in gran parte da emigrati e fuorusciti italiani — fra cui Barchiesi, Basadonna, Vivaldo Lacchini, lo studente Nino Samaja, che fra i primi lanciò l’idea della nuova pubblicazione e Antonio Cavalazzi (« Ursus »), che per alcuni anni curò la rubr. Brevi note (vd., su di lui, lo schizzo biografico pubblicato dal Risveglio, n. 416, del 31 lug. 1915, in occasione della morte) — col proposito « di compiere un doppio lavoro: partecipare in maniera costante all’organizzazione economica, all’educazione sociale e alla propaganda fra gli operai italiani emigrati nei paesi d’Europa; contribuire alla propaganda socialista anarchica in Italia a mezzo di libri ed opuscoli e commentando, senza le reticenze imposte dal fisco, la situazione attuale del regno » (Dopo un anno, a. II, n. 15, del 20 lug. 1901). Il gruppetto dei promotori annoverava altresì, alcuni veterani, già membri della « Fédération jurassienne », fra cui Georges Herzig, che nel 1879 era stato con P. Kropotkin uno dei fondatori della Révolte di Ginevra [1], e che con Jacques Gross (1855-1928) e il dr. Jean Wintsch di Lausanne, curò per molti anni la redazione dell’ediz. francese del Réveil (di lui si veda la commossa rievocazione, comparsa sul Réveil (parte francese) del 24 mag. 1923, in occasione della morte); Eugène Steiger; e, infine, il ticinese Luigi Bertoni (1872-1947), che rimasto solo, più tardi, alla redazione del giornale, ne seppe portare avanti egualmente le pubblicazioni, fino alla loro forzata cessazione, dovuta allo scoppio della seconda conflagrazione mondiale.

Parimenti equidistante ed avverso a tutte le manifestazioni spurie di anarchismo (individualismo neostirneriano, dapprima e, più tardi, anarchismo bolscevizzante dei « terzointernazionalisti » e degli « arscinovisti »), l’organo ginevrino seppe mantenere, per tutta la durata delle pubblicazioni, una impostazione di estrema coerenza con la propria linea programmatica, che si richiamava alla vecchia tradizione internazionalista dei giurassiani, di cui si considerava, d’altronde, l’erede ed il diretto continuatore. « Quando abbiamo fondato il Risveglio — ebbe infatti modo di puntualizzare la redazione, rispondendo alla domanda di un lettore — fu con l’intenzione ben precisa di risvegliare il vecchio movimento anarchico, come era già stato compreso da Bakounine, Schwitzguebel e Guillaume prima, da Reclus, Kropotkine ed altri ancora dopo di loro » (cf., nel n. 243, del 28 nov. 1908, la rubr. Domande e Risposte). Di tale condotta, mantenuta nonostante il « deviazionismo » di alcuni fra i più prestigiosi collaboratori del giornale (basti pensare alla posizione interventista di Kropotkin, durante la Prima Guerra Mondiale), Bertoni potè a buon diritto vantarsi molti anni più tardi, quando, rispondendo a un attacco polemico, mossogli dalle colonne dell’Adunata dei Refrattari, scriveva: « Ahimè! abbiamo dovuto rompere coi Guillaume, coi Kropotkine, con altri, a cui ci legavano da anni stima ed affetto, e lo abbiamo dolorosamente, ma recisamente fatto. Quando Guillaume volle farci ammettere per anarchismo il sindacalismo della famosa C.G.T. francese, rispondemmo no; quando Chaugui [2] ed altri dei Temps Nouveauxci vollero far ingoiare la candidatura antiparlamentare De Ambris dicemmo loro di tenersela per proprio conto; quando il ciarlatano Hervé, popolarissimo fra i compagni francesi, ci capitò a Ginevra, gli dicemmo sul muso pubblicamente la verità … E l’enumerazione potrebbe continuare » (Una cattiva azione, suppl. al n. 748, del 7 lug. 1928).

Non è facile, comunque, sintetizzare, nel breve spazio concesso a una semplice rassegna bibliografica, la storia ed il contenuto di questo periodico, che vissuto ininterrottamente per un quarantennio, potè essere testimone critico di tutti i maggiori avvenimenti politici internazionali, succedutisi dall’alba di questo secolo fino allo scoppio del II Conflitto. Evito pertanto, ogni richiamo alle vicende che segnarono la vita, per così dire, esteriore del giornale — in particolare quelle giudiziarie, per le quali è sufficiente un rinvio alle biografie bertoniane, più avanti segnalate e, in genere, all’abbondante letteratura, più o meno celebrativa, con cui, dopo il primo quarto di secolo di vita del periodico, si cominciò a salutarne periodicamente gli anniversari di fondazione — per evidenziare, piuttosto, alcuni fra i temi che meglio chiariscono la fisionomia dell’edizione italiana del Risveglio: il problema organizzativo, anarchismo e sindacalismo, il dibattito su interventismo e antinterventismo, sollevato allo scoppio del I Conflitto, dagli anarchici « intesisti »; e, dopo la fine della guerra, la polemica antibolscevica, la lotta al fascismo e, infine, la rivoluzione spagnola.

Il problema organizzativo. — Erede, come detto, di una vecchia tradizione di stampo internazionalista e bakuniniano, il Risveglio vi si attenne anche per quanto concernevano gli schemi organizzativi (non a caso, ripubblicherà in opuscolo, nel 1914, lo scritto di Bakunin su L’Organisation de l’Internationale), senza lasciarsi minimamente influenzare da quel clima di infatuazione nietzschiana e neostirneriana, che caratterizzò l’anarchismo italiano durante l’epoca giolittiana. « Lo scopo dell’organizzazione — si legge in Alcune spiegazioni, suppl. al n. 716, del 16 apr. 1927 (in polemica con un gruppo antiorganizzatore del nordamerica) — è anzitutto di creare un ambiente nostro per una propaganda ed un’azione nostra. Gli antiorganizzatori quel che fanno lo debbono organizzare a un dipresso come noi, e più un’organizzazione è individuale, più evidentemente è autoritaria, non lasciando ai cooperatori indispensabili che di fornire denaro e attività in una evidente posizione di dipendenza, volontaria fin che si vuole, ma che non sopprime perciò la realtà stessa della dipendenza. Come è pura metafisica considerare l’individuo a sè e in sè … così va considerato l’uomo come membro di una data società e in tutti i suoi rapporti con essa. L’isolato si troverà a non contare più nulla o a subire suo malgrado dei successivi assorbimenti d’altri ambienti in mancanza d’un proprio. Più gli anarchici sono capaci di cooperazione e di solidarietà fra loro e più potranno salvaguardare la loro individualità e caratteristica d’anarchici, senza contare che l’unione — unione attiva, intendiamoci bene — fa la forza non solo materialmente, ma ancor più moralmente ».

In altra occasione, alla tesi sostenuta dagli individualisti, che associazione è sinonimo di autoritarismo, il giornale ebbe modo di ribattere che, al contrario, « si può esercitarne uno grandissimo all’infuori d’ogni aggruppamento … Diremo di più. In mancanza d’organizazzione, l’autoritarismo è inevitabile. Il compagno più capace o intraprendente mette gli altri in presenza d’una sua iniziativa già presa, e non hanno tempo né modo di discuterla. Non resta loro che appoggiarla incondizionatamente … Sono appunto gli autoritari che negano la possibilità d’un’unione senza capi, e certi compagni nostri vengono indirettamente a dar loro ragione col terrore che dimostrano per ogni qualsiasi intesa un po’ allargata». Cf. In tema d’organizzazione (risposta della redazione a un intervento di « Prometeo »), n. 599, del 14 ott. 1922. Cf., altresì, Vecchio tema, n. 608, del 10 febb. 1923; Per uno schiarimento, n. 610, del 10 mar. 1923; e, ancora, Vecchio tema, n. 653, dell’8 nov. 1923. Una chiara sintesi della concezione « bertoniana » dell’organizzazione (compresa « l’organizzazione sindacale — sulla quale sono più che mai divisi gli organizzatori stessi — e l’organizzazione, chiamiamola così, politica »), si ritrova, comunque, nel lungo scritto Anarchia e Associazione, pubblicato a puntate sul suppl. ai n. 753, 754 e 755, rispettivamente del 22 sett., 6 e 20 ott. 1928, nel quale vengono altresì denunciate, come antianarchiche, le formule e gli eccessi organizzativi degli « arscinovisti » («I compagni russi che hanno fatto la dolorosa esperienza di una rivoluzione, hanno sentito talmente la mancanza di un’organizzazione … dal volerne una anche in contraddizione coi principi anarchici »). Per le posizioni di Bertoni nei confronti dell’« Individualismo anarchico», si veda, infine, l’articolo Metafisca dell’Individualismo, pubb. in «Pensiero e Volontà» (Roma), a. II, n. 1 (1 genn. 1925), pp. 6-7.

In sintesi, gli schemi organizzativi sostenuti dal Risveglio, possono essere considerati, a partire dagli anni ’20, gli stessi formulati dal’Unione Anarchica Italiana, anche se a tale organismo il foglio ginevrino non fece mai atto di formale adesione, onde evitare dissensi e possibili spaccature, all’interno del movimento italo-elvetico. Tale, almeno, la giustificazione più tardi addotta dallo stesso Bertoni, quando, costretto a una nuova presa di posizione sulla spinosa questione, ebbe modo di precisare che: « se io avessi proposto ai compagni della Svizzera un’adesione in blocco all’Unione Anarchica Italiana, avrei sollevato opposizioni, attriti, divisioni; risposi dunque che senza adesione formale, l’U.A.I. ci tenesse al corrente di tutta l’azione sua, che noi l’avremmo volta per volta appoggiata, facendo, se del caso, controproposte o proposte originali nostre. Il risultato era identico, trattandosi di aggruppamenti lontani e non aventi sede in una città o borgata italiana, dove già esistesse una sezione dell’UAI » (Dibattito vano, n. 885, del 4 nov. 1933).

Sindacalismo. — Per quanto favorevole ad un’attiva partecipazione anarchica alle lotte ed alle rivendicazioni operaie, il periodico non si lasciò mai invischiare nell’ingranaggio sindacale, di cui intravvide, fin dall’inizio, i pericolosi limiti riformisti. Fin dai primi n., i redattori avevano infatti chiarito che « noi non siamo dei riformisti, ma siamo dei rivoluzionari. Tariffe locali e regionali, cassa di disoccupazione, di resistenza, di viatico, minimo di salario, diminuzione d’orario, ecc., non hanno per noi che un’importanza relativa e sono d’altronde questioni difficili a trattare in linea generale, perchè la loro soluzione dipende da un cumulo di circostanze particolari che variano assai secondo i paesi e secondo le professioni. Col dire ai compagni: Sindacatevi! non intendiamo certo consigliar loro di accettare il salariato. Vogliamo solo col migliorare le condizioni nella misura del possibile, poter quindi disporre di maggiori forze per abbatterlo » (Gli anarchici e i sindacati, a. I, n. 7, del 29 sett. 1900). Tali vedute non significavano tuttavia, la rinuncia a un intervento nelle lotte e, nell’azione organizzata dalla classe lavoratrice, tanto che alcuni anni più tardi, rispondendo a un lettore che chiedeva se « un anarchico non dovrebbe agire individualmente senza ricorrere ad un sindacato, il cui statuto e le cui decisioni rappresentano una nuova legge», il foglio ginevrino, meglio chiarendo la propria posizione, affermava che « con o senza l’adesione degli anarchici, il sindacato si forma ed intraprende un dato movimento. Possiamo disinteressarcene? No. Per influire sulla sua linea di condotta, saremo noi meglio in grado di farlo dentro o fuori del sindacato? La risposta non può essere dubbia. Membri del sindacato potremo controllarne e seguirne l’opera giorno per giorno, darle una certa direzione, fare intendere la nostra voce d’incoraggiamento o di protesta secondo i casi. Non appartenendovi, ci troveremo il più delle volte in faccia di decisioni già prese, che sarà ben difficile modificare. Quei benedetti statuti che paiono spaventare assai molti compagni, in realtà non contano gran cosa e, col sottrarsi ad essi, non ci si sottrae poi a certi contratti di lavoro, che siamo costretti di subire, a meno d’intenderci col padrone contro altri operai » (cf., sul n. 256, del 5 giu. 1909, la rubr. Domande e Risposte).

La concezione « bertoniana » del sindacalismo è meglio chiarita, tuttavia, in una serie di scritti polemici contro la posizione riformista del gruppo francese della Vie ouvrière (Monatte-Rosmer) e la troviamo riassunta nel testo di una conferenza tenuta da Bertoni a Parigi il 28 genn. 1914 (poi pubblicata, col tit. Notre syndicalisme, nella parte francese del Réveil, n. 377, del 7 febb. 1914 e sqq.). I « mezzi e lo scopo del sindacalismo » vi erano così sintetizzati: « 1. Realizzare la più netta separazione possibile fra sfruttati e sfruttatori, per rendere la lotta più estesa, più intensa e più manifesta … 2. Opporsi ad ogni intromissione ed alle direttive date dal di fuori, non creando dei poteri centrali e distinguendo nettamente il sindacato da ogni partito politico. Ogni controparola o segnale d’azione deve provenire dalla stessa assemblea e non deve presentarsi come l’imposizione di una qualsivoglia autorità. 3. Il principio dell’azione diretta deve essere applicato sempre ed ovunque dagli stessi interessati e devono essere evitate il più possibile le rappresentanze e le deleghe di potere … 4. Costituzione di un organismo, assolutamente indipendente dall’organismo statale e da tutte le istituzioni borghesi, che si opponga ad ogni intervento legale, rifiutando ogni sovvenzione ufficiale e combatta, soprattutto, la tendenza ad affidare delle nuove funzioni allo Stato. Questo perchè l’organizzazione operaia si realizza a misura che l’organizzazione statale perde d’importanza e diviene inutile mano a mano che il lavoro prende il posto del potere, dell’officina e del governo … 5. Fondare una morale nuova, basata sul lavoro, la funzione più importante della vita, e sviluppare il senso di responsabilità di fronte al mestiere che esercitiamo, delle faccende che compiamo tutti i giorni. Denunciare anche il lavoro antisociale, quello cioè che nuoce ai nostri simili e che ci viene imposto al fine di mantenere l’attuale stato di miseria, di oppressione e di sfruttamento. 6. Formulare un diritto nuovo, per sviluppare nei lavoratori la coscienza sempre più netta della loro inferiorità e pertanto d’indegnità, contro la quale essi sono chiamati a rivoltarsi per ottenere con l’uguaglianza di fatto, il benessere e la libertà. Non si tratta, ben inteso, di un diritto scritto, ma della rivendicazione pratica per tutti dei beni e dei godimenti riservati oggi a pochi privilegiati» (art. cit., n. 380, del 21 mar. 1914).

Il I Conflitto Mondiale. — Si stava profilando, nel frattempo, la minaccia della conflagrazione europea, di cui l’organo anarchico denunciò, fra i primi, l’incombente pericolo (rivelerà, poi, di avere ricevuto, in anteprima, notizie e documentazioni da P. Kropotkin, « conoscitore profondo delle rivalità fra gli Stati e sovente bene informato in materia d’intrighi diplomatici»; cf. Spieghiamoci bene, n. 477, del 4 nov. 1916). Di fronte all’urgenza ed alla gravità del problema, balzato sull’orizzonte politico internazionale, il periodico dovette pertanto accantonare i temi usuali della propaganda, per impegnarsi a fondo nella campagna contro la guerra, sollecitando il proletariato internazionale a boicottare la corsa agli armamenti delle potenze belligeranti ed a troncare le mire guerraiole della borghesia, ricorrendo allo sciopero generale. « La preoccupazione della guerra divenuta anche per noi la maggiore di tutte — scriverà più tardi Bertoni, nell’art. sopra cit. — sentimmo essere puerile quasi l’affannarsi troppo per le conquiste sindacali, poiché tanta minaccia incombeva su tutti i proletari. E da allora lanciammo il grido d’allarme: O la rivoluzione o la guerra! e su questo dilemma abbiamo imperniata tutta la propaganda orale e scritta». In realtà, già verso la fine del 1912, l’organo anarchico aveva lanciato la parola d’ordine « lo sciopero generale prima della guerra », perchè — affermava — « una volta la mobilitazione annunciata, la generale battuta, l’allarme dato, gli ordini di marcia spediti, l’opinione pubblica soggiogata, il proletariato non sarà più in grado di riparare al mal fatto» (La Guerra, n. 344, del 26 ott. 1912). Scoppiato il conflitto, Le Réveil — uscito in quel periodo nella sola ediz. francese — lanciò il manifesto Au Prolétariat International (n. 397 e 398, del 14 e 28 nov. 1914), perchè alla guerra che è « la rupture bourgeoise de la légalité interétatiste », questi opponga « la Révolution, la rupture prolétarienne internationale contre toutes les lois de privilège et d’oppression au nom de la justice, soit de l’interêt de tous». La posizione di intransigente antibellicismo (non neutralismo, come è sovente precisato, « perchè il neutralismo statale non è e non può essere che una menzogna, e poi perchè abbiamo in mediocre stima quei pacifisti che non vogliono colpita la guerra nelle sue due profonde cause: il capitale e lo Stato »), venne sostenuta, senza tentennamenti, durante tutti gli anni in cui perdurò il conflitto. Particolarmente vivace, fu anzi lo scontro polemico sostenuto dal giornale contro la deviazione interventista di quelle frangie di sovversivi — fra cui J. Wintsch, J. Grave e lo stesso P. Kropotkin — che « gagnés par la fièvre guerrière », si erano pronunciati per una partecipazione anarchica a favore della triplice alleanza franco-anglo-russa, sostenendo ch’era una necessaria difesa contro il dispotismo tedesco e un mezzo per abbattare il militarismo. Vd., ad es., Ai guerrafondai sedicenti sovversivi, n. 418, 419 e 420, dell’11 e 25 sett, e 9 ott. 1915; e la risposta di Bertoni (Soldats ou insurgés, n. 401, del 9 genn. 1915) alle posizioni di J. Grave, che andava sostenendo che « s’il est vrai que tous les gouvernements se valent, il n’est pas moins vrai que l’autorité du vainqueur est plus dure à supporter, qu’elle est une forte aggravation à l’autorité simple » (Il n’y a pas d’absolu, n. 400, del 26 dic. 1914). Per la più benevola posizione del giornale nei confronti di P. Kropotkin — che, come noto, era stato uno dei firmatari del « Manifesto dei Sedici » — e spiegabile per i sentimenti di amicizia e di stima che da anni legavano L. Bertoni al vecchio rivoluzionario russo, vd. invece il già cit. art. Spieghiamoci bene.

La polemica antibolscevica. — Dopo la fine del Conflitto mondiale, l’attenzione degli ambienti rivoluzionari era stata ovviamente polarizzata dagli eventi della Russia bolscevica. Poco incline a condividere gli entusiasmi e l’eccessivo ottimismo, generalmente espresso da tutte le correnti rivoluzionarie, compresi alcuni anarchici, nei confronti della nuova realtà sovietica, il foglio ginevrino si pronunciò subito contro « la dittatura del proletariato », perchè contraria — affermava — ai principi del socialismo e perchè tale formula « significa in realtà … delegazione di potere a qualche individuo che deve agire nell’interesse del proletariato ». Cf. F. P. [Francesco Porcelli] Anarchia e Dittatura, n. 510, del 5 apr. 1919 (lo scritto esprimeva la posizione redazionale, dal momento che F. Porcelli sostituiva all’epoca, L. Bertoni, in carcere dal 1918, per il caso delle «bombe di Zurigo»; in tal senso, d’altronde, lo stesso Bertoni lo rivendicherà, più tardi, pienamente, ripubblicandolo sul n. 554, del 25 dic. 1920, con la precisazione che l’articolista aveva definito « subito in modo concludente la nostra posizione »). Da critico, l’atteggiamento del giornale nei confronti del bolscevismo divenne apertamente ostile, non appena fu chiara la politica di repressione condotta dal nuovo regime sovietico contro tutte le forze rivoluzionarie, di fede non bolscevica. Vd., ad es., Documenti rivoluzionari, n. 529, del 3 genn. 1920; Involuzione bolscevica, n. 532, del 14 febb. 1920, etc. « L’errore di alcuni anarchici — si legge, in particolare, in una postilla redazionale a una corrispondenza di « Numitore » [Leonida Mastrodicasa] — fu di non aver subito attaccato con vigore la dittatura sedicente rivoluzionaria, conformemente al programma elaborato da più di cinquant’anni. Ora non c’è possibilità d’accordo coi capi neo-comunisti … I giacobini della rivoluzione russa si sono ormai trasformati essi stessi in termidoriani per rimanere al potere » (Per la rivoluzione, n. 577, del 26 nov. 1921).

La frattura coi comunisti era, a questo punto, chiaramente irreparabile. L’intolleranza bolscevica aveva d’altronde confermato, alla prova dei fatti, l’inconciliabilità — sia nei mezzi che nei fini — di due opposte concezioni del socialismo; ed in pratica si lasciava interpretare come un serio avvertimento a diffidare, anche in avvenire, di possibili accordi, per quanto temporanei, con le forze marxiste, se questi si fossero ripresentati in vista di nuove esperienze rivoluzionarie. Più che mai significativa è, d’altronde, la decisione presa al convegno di Zurigo del 4-5 lug. 1925, di sopprimere dalla testata del giornale la parola comunista, onde non lasciare dubbi sull’assoluta autonomia del programma politico portato avanti dall’organo ginevrino ed evitare, per il futuro, l’insorgere di pericolosi malintesi. « Malatesta — si legge appunto nel resoconto post-congressuale — aveva accennato lui pure alla necessità di dirci ormai semplicemente anarchici, a scanso di ogni equivoco. Per esserci detti, noi soli, comunisti, durante quasi mezzo secolo, quando gli stessi Marx ed Engels, senza contare poi Lenin, non si dicevano più tali, potremmo insistere a rivendicare la qualità di comunisti, ma non ne risulterebbe che un grave danno per noi … Oggi che il comunismo significa per i più la dittatura di Stato di un partito che lo rivendica, anche se non vuole in fondo che aggiungere al capitalismo privato un capitalismo di Stato sempre più potente, col dirci comunisti la massa ignara di storia e di dottrina potrebbe farsi il più falso concetto dell’anarchismo o magari rimproverarci le più incredibili contraddizioni » (Il nostro Convegno, suppl. al n. 672, del 31 lug. 1925. Cf. anche la lettera di L. Bertoni a Emilio Grassini, in data 2 genn. 1947, pubblicata in L’Adunata dei Refrattari (New York) del 17 ott. 1964, p. 3).

È da ritenersi pertanto corretta e conforme a questa linea di estrema chiarezza ideologica (e non « purezza dottrinaria » o « coerenza di principi » per partito preso), la posizione assunta dal giornale nei confronti di quella corrente di anarchici « terzointernazionalisti » che sosteneva l’opportunità di un « fronte unico rivoluzionario » con le forze marxiste (cf., nel n. 528, del 20 dic. 1919, la rubr. Manrovesci e battimani), per il pericolo insito in questo genere di coalizione, di dover abdicare ai criteri tattici e teorici dell’anarchismo, « per diventare volta a volta zimmerwaldiani, kienthaliani, bolscevichi, terzinternazionalisti, dittatoristi, e non sappiamo cos’altro ancora » (Unione non unità, n. 553, del 28 febb. 1920).

Fascismo. — Già con l’avvento al potere di Giolitti (« voluto da quanti sperano in lui per soffocare le ribellioni popolari»; cf. Pugno di ferro …, n. 542, del 3 lug. 1920), l’organo anarchico non aveva nascosta la sua preoccupazione per l’involuzione reazionaria della politica italiana. In realtà, nell’arco di pochi mesi, la breve stagione rossa del proletariato italiano potè dirsi a tutti gli effetti conclusa, con la più completa sconfitta delle forze operaie e il deciso contrattacco della borghesia, reso più grave dalla complice acquiescenza del Partito Socialista, di cui Il Risveglio criticò, senza mezzi termini, l’atteggiamento « tolstoiano » e la politica di incertezze e di compromessi. Di fronte alla progressiva recrudescenza delle violenze squadriste, la redazione ginevrina del giornale non esitò, al contrario, a sollecitare un’energica risposta popolare alle provocazioni fasciste, quale unica alternativa possibile, per stroncare sul nascere le mene reazionarie in atto; e invitò, al tempo stesso, a diffidare da eventuali interventi legali contro la criminalità fascista, la quale « se non ufficiale e legale, è per lo meno ufficiosa e al servizio d’un potere ». « Per conto nostro — scriveva la redazione, commentando i fatti di Sarzana del 21 lug. 1921 — diciamo apertamente che non solo ogni trattativa di pace coi fascisti ci ripugna, ma che non desideriamo affatto che sia la forza statale a farla finita col fascismo. È indispensabile che questo finisca per insurrezione e furore di popolo. Altrimenti è facile prevedere quel che accadrà» (Dopo Sarzana, n. 570, del 6 ag. 1921). Si consultino anche gli scritti: La violenza, dal n. 566, dell’11 giu. 1921 al n. 569, del 23 lug. 1921; e L’Esplosione, n. 561, del 2 apr. 1921 (in difesa degli attentatori del Diana).

Dopo l’avvento al potere del fascismo, l’organo anarchico dovette prendere atto che, per i mutati rapporti di forza, « l’azione esterna e di piazza è in certa misura ben ardua » (cf. Sul momento attuale, n. 605, del 30 dic. 1922); e, in vista di una lotta che si presentava a più lunga scadenza, rielaborò il proprio atteggiamento tattico, in base ad alcune direttive d’indole generale, che troviamo così formulate: « Isolare il fascismo, togliere ogni fiducia in una soluzione parlamentare, esercitare ogni giorno la più larga solidarietà difensiva, moltiplicare le resistenze, aumentare la pressione popolare, finché venga a scoppiare in circostanze che non mancheranno certamente » (Che fare?, suppl. al n. 669, del 20 giu. 1925).

Nettissimo fu, al tempo stesso, il rifiuto per una partecipazione anarchica alla costituzione di un « Fronte Unico », in quanto — affermava — « non crediamo esista formula teorica che possa unire tutti gli antifascisti » (Lotta antifascista, suppl. al n. 699, del 21 ag. 1926). Un anno più tardi, rispondendo a un appello lanciato dalle colonne dell’Avanti!, dalla direzione del Partito Socialista, ai comunisti, republicani ed anarchici, « per l’unità proletaria nella lotta antifascista », replicava che gli anarchici non possono aderirvi, perchè « è evidente che l’accordo non può farsi che per determinati atti, il cui sviluppo sarà quel che sarà, secondo circostanze ed opportunità, forze e possibilità, ma sarebbe assurdo esigere da chiunque di rinunciare ad influire sugli avvenimenti in senso proprio, soprattutto quando si tratta, come nel caso nostro, di salvaguardare la maggiore libertà per tutti … I gruppi senza confondersi e seguendo ciascuno il proprio cammino possono convergere tutti contro il fascismo … L’azione insurrezionale deve partire dai più diversi punti della periferia e non da un centro, quasi sempre esitante e ritardatario ». Vd., sul suppl. al n. 713, del 5 mar. 1927, la rubr. Manrovesci e Battimani; e, sullo stesso n., l’intervento di C. B[erneri] L’Antifascismo in Francia. Il fronte unico.

La rivoluzione spagnola. — Con le dimissioni di Primo De Rivera e la caduta della monarchia (1931), l’attenzione dei redattori dell’organo ginevrino cominciò a rivolgersi agli avvenimenti spagnoli, tanto che a partire dal n. 822, del 16 mag. 1931, Il Risveglio iniziò a pubblicare regolarmente i comunicati da Barcellona, dell’ «Ufficio libertario di corrispondenza», formato, allora, da Bruzzi, Gozzoli e Castellani. E’, tuttavia, solo dopo il tentato colpo di mano militare del 19 lug. 1936, che il problema spagnolo balzò al centro degli interessi del giornale, divenendone anzi il tema dominante, non appena fu possibile intuire la gravità e la reale dimensione che andava assumendo il movimento insurrezionale.

Osservatore attento e solitamente bene informato, Bertoni — che nell’ott. di quell’anno aveva anzi varcato i Pirenei, per rendersi conto di persona dello stato di cose — comprese subito che le sorti del conflitto si stavano in realtà decidendo negli ambienti della diplomazia internazionale e che esso avrebbe avuto il suo epilogo, una volta raggiunto l’accordo fra le potenze interessate. L’organo anarchico non esitò, infatti, a manifestare serie apprensioni per le conseguenze di questa colossale congiura ai danni dell’antifascismo, non solo spagnolo; e a denunciare apertamente sia l’appoggio tacitamente accordato al franchismo, dalla coalizione dei paesi capitalisti, sia il « mostruoso equivoco » e le manovre dei dirigenti moscoviti, che « nella stupida illusione d’imbonirsi l’Italia contro la Germania, [loro] dichiarata nemica », avevano chiesto, per primi, la soppressione delle sanzioni contro l’Italia fascista e dato il via a un intervento politico sempre più spudoratamente controrivoluzionario (cf. Questioni spinose, n. 961, del 28 nov. 1936; ed anche La crisi catalana, n. 963, del 26 dic. 1936).

Giustificato era pertanto, il pessimismo sull’esito della rivoluzione antifranchista, manifestato dal giornale in forma sempre meno larvata, fin dall’autunno del ’36; ed altresì comprensibili i frequenti appelli a diffidare dell’alleanza con gli stalinisti (giacché « Solidaridad Obrera ci pare esagerare nel senso di « unione sacra » e soprattutto nell’incensare la Russia»; cf. Questioni spinose, cit.), il cui sospetto comportamento rendeva più che mai leciti i timori di un loro repentino voltafaccia: « Quel che favorisce i nemici dei nostri compagni è soprattutto l’importanza presa dal Partito comunista, che prima del 19 luglio era minuscola frazione in Spagna ed ora già spadroneggia, come lo provò l’ultima crisi della Generalità catalana. I più … dimenticano … l’attitudine ambigua del bolscevismo, che nel mondo intero protestava contro il blocco della Spagna, mentre Litvinoff con l’aderirvi lo giustificava. E non si chiedono angosciati se da un momento all’altro non possono essere vittime di un tradimento come lo fu l’Etiopia, quando la Russia per la prima propose di rinunciare alle sanzioni contro Mussolini, sanzioni che non aveva del resto mai seriamente applicate » (Vederci chiaro, n. 966, del 3 febb. 1937; cf. anche Parliamo chiaro, n. 961, del 28 nov. 1936).

Sui primi del ’37, comunque, per l’organo ginevrino non v’erano più dubbi che le forze controrivoluzionarie stessero per avere un netto sopravvento; sicché, dopo la caduta di Malaga ed un’ulteriore constatazione che « la guerra italo-tedesca contro la Spagna continua col tacito consenso di Francia ed Inghilterra, che fingono di non vedere », Bertoni dovette prendere atto, con amarezza, che « la tragedia spagnola non permette più illusioni di sorta » (Guerra civile, sociale e rivoluzionaria, n. 967, del 26 febb. 1937). Circa tre mesi più tardi, commentando la notizia dell’assassinio di C. Berneri, aggiungeva: « È inutile che i nostri compagni spagnoli tentino di diminuire l’amara verta: la controrivoluzione ha avuto un primo innegabile successo; il popolo rivoluzionario viene disarmato e la forza poliziesca del governo borghese è notevolmente accresciuta. Diciamo borghese, esclusiva- mente borghese, perchè anche i sedicenti comunisti che lo compongono hanno espressamente dichiarato di volere far ritorno al capitalismo, e di non mirare ad una rivoluzione sociale, e l’hanno provato con un ostinato lavorio di restaurazione in tutti i campi … Ma fra non molto cadranno le maschere e risulterà evidente la manovra controrivoluzionaria eseguita dagli staliniani per conto proprio e del capitalismo inglese e francese » (Camillo Berneri e la Controrivoluzione, n. 974, del 29 mag. 1937).

Da segnalare è altresì l’ampia documentazione fornita dal giornale, lungo questo arco di mesi, sull’andamento delle operazioni militari e corredata, per di più, da notizie di prima mano ed analisi dal vivo, della situazione, fatte pervenire dalla Spagna, dai corrispondenti del foglio ginevrino (tra i più assidui, ricordo « Tranquillo » [Giuseppe Ruozzi] e Domenico Ludovici).

Interessante da seguire, per una maggiore comprensione della posizione, non solo ideologica ma anche tattica, del foglio di Bertoni, è altresì l’intervento nella polemica scatenatasi negli ambienti libertari, alla notizia che le organizzazioni anarchiche e anarco-sindacaliste, avevano accettato di partecipare al governo della Generalitat di Catalogna e, quindi, a quello centrale di Madrid. All’intransigenza dell’ala « purista » che si era affrettata a scagliare anatemi contro i compagni spagnoli, il cui cedimento era stato interpretato come un’abiura all’« ideologia antistatale », Il Risveglio oppose una più serena e tollerante comprensione per l’operato dei propri correligionari — costretti ad agire, sottolineava, in condizioni del tutto particolari ed in pratica sotto la pressione di « un vero e proprio ricatto, Madrid disponendo sola d’armi e di denaro » — ma non celando, per questo, perplessità e riserve, anche sul terreno dei principi. « Confessiamo — si legge, infatti, nel già cit. editoriale Questioni spinose — che si tratta di un esperimento che c’inspira seri timori, malgrado l’intera fiducia negli uomini. Sappiamo che il governo attuale di Spagna differisce assai da un governo ordinario, ma quanto avremmo preferito la partecipazone ad un semplice Consiglio di difesa, la cui esistenza è limitata al periodo di guerra». Tuttavia — vi si aggiungeva, subito dopo — « per aver visto le cose da vicino ed essere stati informati della reale situazione, noi non condanniamo i nostri saliti o piuttosto scesi … al potere. Necessità non ha legge. Cosa immaginare di più drammatico d’una richiesta per telefono dal fronte di munizioni, a cui non si può rispondere con l’immediato invio? E a cosa non ci si sobbarcherebbe per essere invece in grado di darvi seguito? È così che va posta la questione e non altrimenti, se non si vogliono fare delle vane dissertazioni e pronunciare invece un equo giudizio ».

A sostegno di tali vedute, Bertoni aveva anche riproposto alla riflessione dei suoi oppositori, il vecchio scritto di E. Malatesta, Verso l’Anarchia (1910), ripubblicandolo sul n. 959, del 31 ott. 1936, con una postilla redazionale, in cui si precisava che « diamo una volta di più questo penetrante art. di Malatesta per quei compagni che rimproverano alla C.N.T. ed alla F.A.I. di non aver realizzato l’anarchia d’un solo colpo e che trovano inamissibili le concezioni che hanno finito per fare con gravi strappi ai principi ». Costretto, dalTinasprimento della polemica, a risollevare più volte la questione, Bertoni ribadì, in tali occasioni, che i compagni spagnoli «hanno dovuto semplicemente cedere a mostruose necessità d’una guerra che da civile è diventata internazionale»; e che, in ultima analisi, non sussistevano alternative al mantenimento della forma statale, « voluta del resto dalla maggioranza del popolo », dal momento che « la Spagna non poteva rompere i suoi rapporti diplomatici e statali col resto del mondo, per l’ovvia ragione che facendolo il potere legittimo diventava quello di Franco ». Vd., in particolare, su questo interessante dibattito, Polemica, n. 961, del 28 [recte: 12] dic. 1936; e In margine alla polemica, n. 967, del 26 febb. 1937.

Note conclusive. — Il 24 ag. 1940, in forza di un decreto del Consiglio Federale, sollecitato dal procuratore generale della Confederazione, il periodico dovette cessare le pubblicazioni. La nuova disposizione liberticida delle autorità elvetiche, non era giunta inaspettata, tanto che Bertoni, licenziando alle stampe l’ultimo n. del suo giornale scriveva di non farsi in proposito « la più lontana illusione », dichiarando, al tempo stesso, che in ogni caso non avrebbe rinunciato al suo diritto alla libertà di parola (cf. Dopo 650 anni di libertà leggendarie, n. 1054, del 24 ag. 1940). Soppresso nella sua veste ordinaria e legale, il periodico continuò, in effetti, ad apparire clandestinamente, per tutto il tempo in cui perdurò il conflitto, anche se sotto forma di « brochures » (edite con la dicitura « Qualche pari en Suisse »), l’ultima delle quali, la 148a, uscì alla vigilia della morte di Bertoni, avvenuta a Ginevra il 19 genn. 1947.

Un tentativo di ridare vita all’antica testata, si ebbe poco tempo dopo la scomparsa di Bertoni, per iniziativa dei membri superstiti del gruppo ginevrino del « Risveglio », che riuscirono a pubblicarne ancora 25 n., fra il mag. 1947 e l’ag. 1950. A non migliori risultati, infine, approdò un analogo tentativo, compiuto alla fine degli anni ’50 e conclusosi anch’esso con l’apparizione, stentata e saltuaria, di poco più che una ventina di n., fra il genn. 1957 e il dic. 1960.

A chiusura ed a completamento di questa rapida esposizione, non resterebbe che un accenno all’importante collaborazione internazionale, di cui potè fregiarsi il giornale, nel corso dei suoi quarant’anni di esistenza. Tra le firme più autorevoli, va in primo luogo ricordata quella di P. Kropotkin, di cui Il Risveglio pubblicò, negli anni anteriori alla Grande Guerra, numerosi scritti, fra cui L’Anarchia è inevitabile, in app. dal n. 1, a. I, del 7 lug. 1900, al n. 6, del 16 sett. 1900; e L’Azione anarchica nella rivoluzione, n. 389 e 390, del 18 e 29 lug. 1914 e, quindi, dal n. 420, del 9 ott. 1915, al n. 422, del 6 nov. 1915. Da ricordare sono ancora i nomi di Louis Avennier, F. Rouge, Otto Karmin, oltre quello di Georges Biolley, che durante lo sciopero generale del 1902, quando Bertoni fu condannato, s’incaricò di redigere la parte italiana del giornale. Cf., per quest’ultima notizia, Georges Biolley [necrologio] sul n. 1033, del 4 nov. 1939. Per restare, comunqe, nel solo campo dei collaboratori italiani, si citano i nomi di Luigi Fabbri («Catilina»; « Adamas »), le cui corrispondenze al giornale s’infittirono particolarmente nel corso degli anni ’30 (vd., ad es., Alcuni doveri dei rivoluzionari, n. 789, dell’8 febb. 1930; Che cosa preparano Mussolini e Stalin?, ibid.; La situazione nella Repubblica Argentina, n. 822, del 16 mag. 1931; La marcia del fascismo nel mondo, n. 830, del 5 sett. 1931; Che cos’è il Fascismo, n. 865, del 14 genn. 1933; Teoria e volontà di libertà, n. 866, del 28 genn. 1933; Fascismo e Democrazia, n. 883, del 7 ott. 1933); Camillo Berneri (del quale ricordo gli scritti; Sanfedismo e fascismo, n. 749, del 21 lug. 1928; La nostra ora, n. 770, del 18 mag. 1929; Interventismo e fascismo, n. 771, del 1 giu. 1929); Ugo Fedeli (« Hugo Trene»); Giuseppe Bifolchi (G. B.; X); Leonida Mastrodicasa (« Numitore »), che a partire dal sett. 1920, inviò regolari corrispondenze al giornale; Carlo Frigerio; e Bruno Misefari, che profugo in Svizzera, dov’era espatriato il 19 giu. 1917, per’ essersi rifiutato d’indossare la divisa militare, colla- boro per qualche tempo al periodico, sotto lo pseud. di « Furio Sbarnemi ». Per la collaborazione di E. Malatesta rinvio, per brevità, alle pp. 284-87, della Bibliografia malatestiana di U. Fedeli (app. a: L. Fabbri, Malatesta. L’uomo e il pensiero, Napoli 1951).

Da segnalare è anche la larga ospitalità concessa dal giornale a molti importanti lavori di carattere storico e documentario e l’ampia scelta antologica di scritti « classici » dell’anarchismo. Si segnalano, in particolare: la riproduzione dell’opuscolo di S. Merlino, Perchè siamo anarchici (New York 1892), dal 15 mar. 1902 (a. III, n. 45) al 19 lug. 1902 (a. III, n. 54); la versione italiana dell’opera di Victor Dave su Michele Bakounine e Carlo Marx (Paris 1900), 16 ag. 1902 (a. III, n. 56) sqq.; la traduzione integrale (« tanto più che la parziale edizione italiana uscita finora è scorretta ») di L’Evoluzione, la Rivoluzione e l’Ideale anarchico, di E. Reclus, (dal n. 423, del 20 genn. 1915, al n. 440, del 22 lug. 1916); i due brevi scritti, dello stesso autore, Il popolo e l’arte e Internazionalismo, pubblicati entrambi sul n. 793, del 5 apr. 1930, in occasione de Il Centenario d’Eliseo Reclus; e, infine, due anticipazioni alla maggiore opera di J. Guillaume: Il collettivismo nell’Internazionale (n. 114, del 12 nov. 1904 e sqq.) e La Federazione Italiana dell’Internazionale, 1872-1878 (dal n. 183, dell’8 sett. 1906, al n. 271, del 1 genn. 1910).

Da ricordare è ancora la serie d’importanti documenti, relativi i più, alla I Internazionale, pubblicati dall’organo anarchico nel corso della sua lunga esistenza. Fra i molti segnalo: Una lettera di Bakounine, n. 90, del 19 dic. 1903 (testo di una lettera « Ai compagni della Federazione del Giura », ch’era apparsa sul suppl. del Bulletin de la Fédération Jurassienne, del 12 ott. 1873); il lavoro di Bakunin Organizzazione dell’Internazionale, n. 221 e 222, del 25 genn. e 8 febb. 1908 (tradotto dall’Almanach du Peuple pour 1872; per la storia di questo scritto vd., comunque, quanto detto nel vol. I, t. 1, p. 14); brani di una lettera « mai terminata, nè spedita », scritta da Bakunin a Zurigo nel 1872 (Vecchia critica, n. 536, del 10 apr. 1920); e di altra, sempre di Bakunin, scritta nel 1869, « in risposta alle calunnie lanciategli da Marx » (Polemica storica, n. 550, del 30 ott. 1920); uno scritto di Bakunin del 1870 (Sistema del mondo, n. 555, dell’8 genn. 1921); il testo di un manifesto redatto da Bakunin nel 1874, per l’Internazionale antiautoritaria (Cosa vogliamo, n. 640, del 1 mag. 1924); una lettera di A. Costa « A nome dei socialisti detenuti a Bologna », inviata da Imola il 25 giu. 1876, alla Sezione di Neuchâtel; ed una, in data 29 ag. 1877, dei membri del « Circolo di Studi Economico-Sociali di Città di Castello » all’« Ufficio federale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori », per notificare la delega accordata a Costa, quale loro rappresentante al IX Congresso dell’A.I.D.L. (Verviers, 4 sett. 1877), pubblicate entrambe, sotto il tit. Due documenti della Prima Internazionale, nel n. 701, del 4 sett. 1926. Nel n. del 1 mag. 1927, era infine intenzione dei redattori, inserire una « breve storia della Prima Internazionale nel Ticino » ma essendo « mancato il tempo per farlo », venne stabilito di pubblicare, in sostituzione di questa, due documenti parimenti interessanti: una lettera di J. Guillaume a C. Cafiero (datata: Neuchâtel, 18 mar. 1876), relativa alle vittime del traforo del Gottardo del 28 lug. 1875; e la traduzione di una circolare, redatta in francese da C. Salvioni, a nome della « Sezione di Bellinzona », in data 7 ott. 1876, ed inviata alla Federazione del Giura, per denunciare l’orientamento antibakuniniano assunto dalla sezione Ceresio, di Lugano.

In ultimo, non è da passare sotto silenzio l’intensa attività editoriale, affiancata alle pubblicazioni del giornale. Pei tipi del « Risveglio », uscirono in epoche diverse, opere di notevole impegno, fra cui la traduzione italiana de La Grande Rivoluzione, di P. Kropotkin (2 voli., Ginevra 1911); e, sempre dello stesso autore, La scienza moderna e l’anarchia (ivi, 1913); il lavoro di M. Nettlau, Bakunin e l’Internazionale in Italia dal 1864 al 1872 (ivi, 1928); i primi tre voli, degli scritti di E. Malatesta (ivi, 1934-36); oltre un numero incredibile di opuscoli, fra i quali ricordo: G. Conti — G. Gallien, Lo sciopero rosso. Dramma in un atto, s.d. [1912]; F. Ferrer, Lo sciopero generale. Compilazione degli articoli di F. Ferrer (Cero) pubblicati nella « Fluelga General» di Barcellona (1914); L. Bertoni, Cesarismo e fascismo (1928).


Anziani luoghi di consultazione (1971) / bibliografia:

I.I.S.G.
C.I.R.A. (G)
MF: P.i. b. 111 (1-3). (La raccolta, posseduta nella sola ediz. italiana, comprende i sqq. n. degli anni 1906-40: 179; 221; 253; 279; 291; 294; 295; 297; 302; 303; 306-323; 325; 326; 328-335; 337-340; 342-345; 347; 348; 350; 352; 353; 355; 356; 359-369; 371-373; 375; 378; 381; 382; 384; 387-389; 394; 415-433; 435-459; 461-488; 490-629; 631-742; 744-762; 764-768; 770- 797; 799-801; 803-927; 929; 930; 934-999; 1014-1019; 1021-1045; 1047-1054).
Be. N (Possiede i n.: 3; 4 (solo ediz. italiana); suppl. al n. 5; 7 e 11 dell’a. I (1900); e i sqq. n. degli anni 1909-40: 246-250; 253; suppl. al n. 267; 294; 299; 529-533; 536; 537; 539; 540; 545; 546; 550; 563-565; 567-569; 571-574; 576-587; 589-607; 609-615; 618; 619; 621-626; 628-630; 634-639; 641-661; 663-682; 684-696; 698-708; 710-712; 714-717; 719; 721-723; 726-739; 741; 743-757; 759; 760; 854; 864; 892-895; 906-919; 921-926; 928-935; 938; 939;
942; 1007-1011; 1013-1022; 1025; 1027-1031; 1039; 1045; 1048; 1049. Manca peraltro, l’ediz. italiana dei sqq. n.: 563; 583; 593; 598; 604; 615; 626; 628; 636; 669; 676; 706; 714; 728; 743; 759; 760; e l’ediz. francese dei n. 550; 605; 609; 691; 864; 895; 911; 915; 1008 e 1011).
BA: Fondo Fabbri, n. 168. (Possiede i sqq. n., compresi fra il 4 apr. 1908 e il
16 dic. 1916: 226; 228; 232-235; 246; 248; 250; 251; 254; 279; 291; 297; 301; 322; 331; 338; 341-345; 350; 352-355; 357; 358; 360; 363-382; 384- 390; 392-450).
F. ISRT: Giorn. C.L. 5-26 (Possiede: a. I, n. 8, del 13 ott. 1900; a. II (1901), n. 1; 3; 14; 15; 17; 18; 21-23; e i sqq. n. degli ani 1902-36: 60; 62-64; 66; 67; 92; 95; 97; 98; 103; 114; 119; 123; 144; 189; 191-194; 197-199; 201-217; 219-223; 225-230; 232; 237; 245-251; 253-263; 266-276; 280-283; 286-291; 294; 296-299; 303-305; 351; 388; 407; 419; 443; 484; 565; 802; 880; 930; 942; 947. Manca, peraltro, l’ediz. italiana dei sqq. n.: 123, 144; 189; 191-194; 197-199; 201-217; 219-223; 225-230; 232; 237; 245; 251; 254-258; 260-263; 266- 276; 280-283; 286-289; 291; 297; 443; 565; 942; 947; e l’ediz. francese dei n.: 290, 294; 296; 298; 299; 303-305; 351; 388; 419; 484; 880).

Bibl. — M. Nettlau, Luigi Bertoni y «Le Réveil — Il Risveglio». Treinta ahos de vida de un periodico anarquista, in « La Revista Bianca » (Barcelona), 15 ag. 1930, pp. 121-127; F. Montseny, Luigi Bertoni o la epopeya de «Le Réveil», in «Universo» (Toulouse), n. 4, s.d. [febb.? 1947] pp. 45-48; « Hem Day» [Marcel Dieu] Un homme dans la mêlée sociale: Louis Bertoni, ibid., n. 5, s.d. [mar.? 1947] pp. 13-19 (ripr. in «Espoir» (Toulouse), n. 283 e 284, del 4 e 11 giu. 1967); «Uno della Tribù» [Randolfo Velia] Il trentesimo anniversario de « Il Risveglio », in « Vogliamo » (Annemasse), a. II, n. 7 (lug. 1930), pp. 135-137; Louis Bertoni. Un homme dans la mêlée sociale (Pour son 70e anniversaire), « Quelque part en Suisse» [Genève]1942, pp. 36; Un grand lutteur. Louis Bertoni (1872-1947), Genève, lmp. Guerry & Pollet, s.d. [1947] pp. 32. Questi due ultimi opuscoli, sono stati successivamente tradotti e ristampati in italiano, da Mammolo Zamboni, col tit. Un uomo nella mischia sociale. Luigi Bertoni, Bologna 1947, pp. III; Luigi Bertoni, in «Volontà» (Napoli), a. I, n. 8-9 (1 mar. 1947), pp. 12-16 (ripr. da L’Adunata dei Refrattari (New York), del 1 febb. 1947); Luigi Bertoni: la sua opera, il suo pensiero, la sua azione, in «Il Libertario » (Milano), a. III, n. 76, del 26 febb. 1947 (con interventi di U. Fedeli, R. Velia, A. Borghi, G. Monanni, Pidoux e M. Mantovani). Si vedano altresì le interessanti rievocazioni di C. F[rigerio] pubblicate in occasione dell’imminente cinquantenario del periodico, col tit. Cinquant’anni di propaganda, in « Il Risveglio Anarchico» (Ginevra) a. 51, n. 1076 (= n.s., n. 22), del genn. 1950. In particolare, per la collaborazione di Bruno Misefari al Risveglio, vd. U. Fedeli, L’ora nostra verrà, in « L’Adunata dei Refrattari» (New York), a. XXXVIII, n. 42, del 17 ott. 1959 e A. Copetti, Ricordi zurighesi, in « L’Agitazione del Sud » (Palermo), a. X, n. 2, del febb. 1966. Per i rapporti di Bertoni con Mussolini e la collaborazione del futuro leader del fascismo all’organo anarchico ginevrino, negli anni anteriori al I Conflitto Mondiale, vd. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Torino 1965, pp. 32, 33 e 40; oltre le tarde rievocazioni di Y. De Begnac, Ritratto di anarchico [i.e.: L. Bertoni] in « Il Mattino » (Napoli), del 12 ott. 1951.


[1i.e. Le Révolté

[2Chaughi.


Complementi

 Collegamenti agli archivi
Servizio bibliotecario nazionale:  http://id.sbn.it/bid/LO10781167
Servizio bibliotecario nazionale (altra rifer.):  http://id.sbn.it/bid/NAP0189682
Servizio bibliotecario nazionale (altra rifer.):  http://id.sbn.it/bid/IEI0112779
Biblioteca Franco Serantini:  http://bfsopac.org/cgi-bin/koha/opac-detail.pl?biblionumber=35521
Biblioteca Franco Serantini (altra rifer.):  http://bfsopac.org/cgi-bin/koha/opac-detail.pl?biblionumber=35522
CIRA Lausanne:  http://www.cira.ch/catalogue/index.php?lvl=notice_display&id=200926
CIRA Marseille:  https://bibliotheque.cira-marseille.info/opac_css/index.php?lvl=notice_display&id=7390

Anche: questo titolo sulla RebAl (Rete della Biblioteche Anarchiche e Libertarie)

Parole chiave della scheda

(tra parentesi, il n. di occorrenze)
  • (1) (1870-1926) = Henri Gauche, pseud. René Chaghi o Chaugui
  • (48) (1898-1964) — pseud.: Hugo Treni, Hugo Trene…
  • (11) (1886-1964) — pseud. Vir, Iconoclasta, Mataccio, Gigi Vizzo-Rollio

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