Bettini

Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971

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Bettini-0876

La Croce di Savoia

  • Luogo di pubblicazione: Ginevra.
  • Tipografia: Ginevra, Tip. Ch. Zöllner.
  • Durata:
    • 8 ag. 1891 (a. I, n. 3) — 31 ag. 1891 (a. I, n. 5).
    • Suppl. 14 ag. 1891 (al n. 3); s.d. (« straordinario » al n. 4).
  • Periodicità: Varia.
  • Direttore: Paolo Schicchi.
  • Formato: cm. 30,5 × 42.
  • Pagine: 4. Esce a 2 pp. il suppl. al n. 3.
  • Colonne: 3.

Quando nel lug. 1891, l’anarchico siciliano Paolo Schicchi, allora rifugiato a Ginevra, diede vita al periodico Pensiero e Dinamite, erano ancora particolarmente vivaci le polemiche suscitate dalle deliberazioni scaturite dal Congresso di Capolago, del 5-6 genn. di quell’anno. In particolare, la costituzione del « Partito socialista anarchico rivoluzionario », aveva sollevato malumori e dissensi fra i partigiani dell’azione individuale e della « propaganda di fatto », che in esso vollero scorgere un tentativo di limitazione all’iniziativa del singolo ed i germi di una involuzione autoritaria dell’anarchismo; ma dissensi e polemiche non erano, più genericamente, mancati nei confronti della rielaborazione ideologica e tattica e del nuovo indirizzo programmatico, emersi dal dibattito congressuale.

Portavoce di questo atteggiamento critico, sovente insereno ed astioso, fu appunto l’organo ginevrino dello Schicchi, che stigmatizzò, con un linguaggio intemperante e violentissimo, e non di rado scivolando sul terreno dei personalismi, le tesi troppo « moderate » cui si stava uniformando l’anarchismo organizzatore. Molti anni più tardi, un benevolo biografo dello Schicchi (cf. i.g. [Italo Garinei] Profili. Paolo Schicchi, in «Seme Anarchico» (Torino) del 1 dic. 1952), definirà « impazienze rivoluzionarie del suo compilatore », gli atteggiamenti massimalisti di cui è inficiato l’organo ginevrino e che si riassumono, in sostanza, in un ingeneroso tentativo di dequalificare e ridicolizzare, in nome di una intransigenza di tipo « ravacholista », il serio lavoro ricostruttivo, portato avanti, in quello scorcio di tempo, da Malatesta e Merlino. « […] Si trovano certi anarchici di latte e miele — si legge in Tattica rivoluzionaria, n. 1, del 18 lug. — pastosi e melodiosi moralisti in toga, certi dottrinari scribacchini di castronerie sociologiche, i quali vorrebbero, vinta la forza armata, ritornarsene a casa dopo avere abbracciato i borghesi. « Lasciate le ricchezze e torneremo fratelli». Ovvero: «Ora che avete lasciato le ricchezze siamo fratelli ». Ecco la retorica studiata e commentata con cui i babbei chiacchieroni dell’anarchia vorrebbero parlare alla borghesia prima e dopo la rivoluzione. Perchè la rivoluzione sociale trionfi completamente bisogna distruggere per intero questa razza di ladri e d’assassini che chiamasi borghesia. Donne, vecchi, bambini, tutti devono essere affogati nel sangue. Nella lotta per l’esistenza fra due elementi, affinchè uno resti in pace l’altro deve scomparire da cima a fondo; se no non si fa che ritornare da capo».

Particolarmente aspra è poi la critica rivolta ai « babbei Io maggisti » — gli anarchici, cioè, che aderendo a uno degli o.d.g. approvati a Capolago, appoggiarono la decisione di mobilitare i lavoratori per uno sciopero generale, in occasione del Io mag. 1891 — tacciati, nella migliore delle ipotesi, d’ingenuità, per la pretesa di rimandare a scadenza predeterminata, l’avvio di moti rivoluzionari. « Gli assalti a data fìssa — si legge nella seconda parte dell’art. cit. (n. 2, del 28 lug.) — sono un assurdo strategico, un non senso nella tattica rivoluzionaria … Una rivoluzione oggi non è possibile se non con un assalto improvviso, fulmineo, ignoto ai nemici e che non dia tempo alle masse di stancarsi e di riflettere. Un nemico che avvisato dell’attacco mobilizza tutte le sue forze e ha l’agio di distribuirle comodamente con i criteri dell’arte militare, che ha tutto preparato sino all’ultima torpediniera per l’attacco medesimo è doppiamente forte ed invincibile per noi che non disponiamo né di armi, molto meno perfezionate, né di mezzi di distruzione potenti. Coglietelo alla sprovvista, in modo che non abbia il tempo di fare ciò ed avrete la probabilità della vittoria ».

L’intervento della autorità elvetiche, che decretarono la soppressione del periodico, giunto appena al secondo n., non sembrò impressionare il suo intraprendente compilatore, che continuò regolarmente nelle pubblicazioni, limitandosi a mutare la testata del giornale, « che … con titolo beffardo — ricorderà molti anni più tardi (cf. Lezioni di storia, in « L’Era Nuova » (Palermo), a. II, n. 9-10, del sett.-ott. 1947) — diventò La Croce di Savoia, con la quale s’iniziò la mia Storia di Casa Savoia ».

Nella nuova versione — ch’ebbe, d’altronde, una vita effimera quanto la serie precedente, alla quale si riallacciava nella numerazione progressiva — l’organo schicchiano, pur senza rinunciare al duro scontro polemico contro i « pontefici dell’anarchismo » organizzatore ed all’enunciazione di principi tattici, inneggianti all’espropriazione sociale tramite l’azione violenta e diretta (giacché « la persuasione più eloquente è quella che viene dal ferro e dal fuoco»; cf., sul « suppl. straordinario al n. 4», Tattica rivoluzionaria: il furto — Metodi di lotta), sembrò volgersi alla ricerca di un campo d’intervento più ampio, allargando, cioè, la propria tematica a note e commenti di politica internazionale o comunque non esclusivamente legate alla polemica interna del movimento. Si segnalano, in particolare, gli scritti: Repubblica ed Anarchia. Polemica con l’« Emancipazione », di N. Converti (suppl. straordinario al n. 4), che intendeva costituire la risposta, rimasta purtroppo incompiuta, alle critiche mosse da F. Matteucci all’omonimo opuscolo di Converti; e La fine del partito democratico-socialista tedesco, di Pietro Raveggi (n. 3 e 4, dell’8 e 25 ag.), in cui era lamentata la « corsa precipitosa all’indietro » della democrazia sociale tedesca, come partito rivoluzionario.

È fuori dubbio, comunque, che La Croce di Savoia trovò i suoi momenti di maggiore efficacia affrontando temi di propaganda antimilitarista; e si può anzi affermare che questi caratterizzino in larga misura, la fisionomia di questa seconda serie del giornale. Oltre all’art. Canne da cannone (n. 3, dell’8 ag.), con cui si istigavano apertamente i « soldati proletari » all’insubordinazione, il giornale lanciò anche il manifesto Appello ai soldati (suppl. al n. 3, del 14 ag.), redatto in un linguaggio « di una violenza tale — scriveva E. Sernicoli, che ne stralciava anche, a titolo di esempio, ampi brani (cf. L’anarchia e gli anarchici, II, Milano 1894, p. 135 sqq.) — da degradare qualunque pubblicazione congenere francese ». Di questo foglio volante fu possibile diffonderne un gran numero di copie in Italia, specialmente in Sicilia, provocando l’immediato intervento delle autorità militari onde impedirne la circolazione all’interno delle caserme. A Messina, il Comandante della locale « Divisione Militare Territoriale », si premurò, infatti, d’informare dell’accaduto la Procura, invocando al tempo stesso, adeguati provvedimenti contro gli autori e i diffusori dello stampato (ACSR, Mise. Ministero Grazia e Giustizia, b. 87 ,fasc. 1: Nota del Procuratore del Re di Messina al Ministro di Grazia e Giustizia, in data 28 ag. 1891). Scattava così, per la seconda volta, il meccanismo repressivo nei confronti del focoso giornaletto e del suo compilatore. La Legazione italiana a Berna, segnalata la pubblicazione alle autorità federali, ne chiedeva, infatti, la soppressione e, al tempo stesso, l’espulsione dello Schicchi dal territorio elvetico (Bibliothèque Cantonale et Universitaire de Lausanne. Département des Manuscrits, Fonds Ruchonnet: Nota della Legazione italiana a Berna, indirizzata a Ruchonnet in data 10 sett. 1891; cit. da G.C. Maffei, Errico Malatesta in Ticino, in «Bollettino storico della Svizzera Italiana», genn. 1970, p. 21).

L’istanza venne accolta dalle autorità federali e Schicchi, colpito da decreto di espulsione, dovette riparare in Francia, quando era già pressoché ultimata la composizione del quinto n. del giornale (che doveva recare la data: 31 ag. 1891. Di quest’ultimo n., sequestrato in tipografia, si è conservata solo copia, in « bozza di stampa », nel Personal-dossier di P. Schicchi, al Bundesarchiv di Berna). In prima p., accanto al « sunto d’un appello che il partito dei giovani socialisti tedeschi scrisse contro l’autoritarismo e le mistificazioni sempre crescenti dei vecchi caporioni legalitari Bebel, Liebknecht, Singer compagni » (Rantoli legalitari; firmato: « Allemand »), vi era dato risalto a una lettera di P. Gori, da questi inviata alla « redazione della Croce di Savoia », per rispondere agli attacchi del « fegatoso anonimo » che in una corrispondenza da Milano, pubbl. sul n. 3 dell’8 ag., lo aveva tacciato di «togato borghese, cammuffato da anarchico onesto». Alle giuste rimostranze di Gori, faceva seguito una lunga Risposta della redazione, in cui Schicchi, dopo essersi dichiarato autore della corrispondenza incriminata — stesa personalmente, vi è detto, « periodo per periodo, parola per parola », in seguito a confidenze ricevute « parlando familiarmente con un compagno » — ribadiva i concetti che vi erano espressi, aprendo così una polemica, non certo decorosa, che fortunatamente non potè avere luogo, per la forzata cessazione del giornale.


Anziani luoghi di consultazione (1971) / bibliografia:

ACSR: Ministero Grazia e Giustizia, Affari Penali, b. 87, fase. 1 e 27. (Contengono copia del n. 4 e dei due n. di suppl.).
I.I.S.G. (Possiede i n. 3 e 4).


Complementi

CIRA (G) : Pi 133 (n. 4, fotoc.).

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Collegamento:  http://www.publicacionsanarquistes.org/croice-di-savoia/

Anche: questo titolo sulla RebAl (Rete della Biblioteche Anarchiche e Libertarie)

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